Battlefield 2042, recensione: l’anti-Call of Duty più grande che mai

Il nuovo capitolo della serie EA e DICE risponde al trend dei battle royale in stile Fortnite, ma lo fa a modo suo…

Paolo Sirio

Il panorama degli sparatutto in prima persona è stato inevitabilmente influenzato dall’esplosione di battle royale come Fortnite, che mettono i giocatori in mappe enormi e usano un “linguaggio” immediato. I risultati sono stati un intero videogioco a parte per Call of Duty (Warzone) e Battlefield 2042, il nuovo capitolo della storica serie di Electronic Arts e DICE che ha rinunciato al single-player in favore di un ampliamento sostanziale delle dimensioni dell’offerta multigiocatore. Nonostante la scelta coraggiosa, che farà discutere poco visto che i fruitori di questo genere vanno più a caccia di multiplayer che di racconti interattivi, e al netto di qualche novità dall’impatto minore di quanto preventivato, lo studio svedese è comunque riuscito a mantenere inalterato il suo DNA, proponendo un Battlefield divertente e longevo.

Battlefield 2042 e All-Out Warfare —

L’esperienza solo-multiplayer di Battlefield 2042 si suddivide in tre tronconi: All-Out Warfare, Hazard Zone e Portal. Procedendo per ordine, All-Out Warfare è quello che ci si aspetterebbe da questa serie, un raccoglitore in cui sono finite le due modalità principali Conquista (marchio di fabbrica DICE) e Sfondamento. Conquista resta il caos adorabile che si è apprezzato così a lungo. Le dimensioni ampliate, con mappe più grandi e 128 giocatori su console next-gen o PC, facevano temere una strizzatina d’occhio eccessiva ai fan delle battle royale – uno snaturamento nelle dinamiche che ne avevano appassionato sin qui i cultori rispetto al più raccolto Call of Duty. Invece, si tratta di una naturale evoluzione del Battlefield classico, che riesce a mantenere inalterate le sensazioni di un tempo persino adesso che si struttura in ambientazioni tanto estese. Certo, in alcune mappe si gira un po’ a vuoto e si passa tanto tempo a correre più che a sparare, ma sono stati disposti sagacemente tanti mezzi per tagliare le distanze (come le zipline) cui prestare attenzione per evitare frustrazioni. 

I veicoli in tal senso limitano i tempi di percorrenza delle ampie distanze, quando non si può ricorrere al rischieramento, ma soprattutto continuano ad essere la quintessenza del divertimento sia da soli con altri utenti appena incontrati (avvisati magari col clacson della disponibilità di posti) che con gli amici. Ricorrervi aiuta a cambiare prospettiva sulla partita e a mettere a segno qualche kill o assist in momenti in cui ci si ritrova bloccati in un circolo negativo. Se questo è un tratto tipico della saga, lo stesso può dirsi della distruzione ambientale, che resta un caposaldo: in Battlefield 2042 non si ha mai un posto in cui ritenersi al sicuro perché, se ci si ripara dietro un muro, niente vieta che quest’ultimo venga buttato giù da un carro armato insieme a tutto l’edificio. Ne consegue che la mappa sia in continua evoluzione e fenomeni come quelli dei camper del concorrente Activision siano estremamente rari.

Le sessioni di Battlefield 2042, già normalmente piuttosto lunghe, sono state dilatate ulteriormente dalla dimensione delle mappe e dal numero dei giocatori, per cui vi servirà una mezz’ora circa per ciascuna partita. Le buone notizie sono che le singole partite sono così intense, e ci succedono così tante cose, che ve ne basteranno un paio per passare una serata soddisfacente. Inoltre, non avrete mai l’impressione di essere inutili nell’economia di una squadra: il gioco non mette in bella mostra le morti, né sul piano statistico né nelle tanto celebrate kill cam (i replay di quando morite in partita), e somma le uccisioni con le assistenze a fine partita, fornendovi sempre dei numeri che vi fanno sentire una parte funzionale della squadra.

Le mappe e le incertezze —

Le mappe sono enormi, senza mezzi termini, e si estendono non soltanto in orizzontale: con tunnel sotterranei e ascensori che portano fin sui tetti di grattacieli, lo spazio viene sfruttato su tutti i piani disponibili. La loro conformazione, che alterna aree aperte e zone più aperte, è così intelligente da prestarsi a qualunque tipo di gioco, senza frustrare lo stile di chi preferisce godersi territori adatti ai veicoli e neppure degli amanti della fanteria; collinette forniscono “high ground”, ovvero vantaggi per chi arriva dall’alto e punti da aggirare per quei giocatori che invece ne sono ai piedi, e questi sono soltanto alcuni degli esempi dei tantissimi modi di approcciarsi a questi campi di battaglia tanto variegati e strutturati da poter reggere tranquillamente il confronto con le mappe di giochi che ne hanno una sola (vedi il summenzionato Fortnite).

Insieme al clima estremo e variabile, e ai veicoli, questo tipo di sandbox garantisce sempre situazioni diverse di cui ridere e ricordarsi con un amico o un gruppo di amici; da soli, tutto questo può risultare un po’ spaesante, soprattutto nelle prime ore in cui si fatica sempre a mettere insieme qualche buona giocata. La mappa preferita dall’utenza sembrerebbe essere Orbitale, complice la sua inclusione nella beta, mentre non è stata troppo esaltante finora Clessidra (ambientata a Doha e con un non troppo implicito riferimento ai prossimi Mondiali di calcio): scenicamente, un’intera città semi-sommersa dalla sabbia, piena di grattacieli e persino uno stadio esplorabile, è spettacolare, ma forse finisce penalizzata dagli spazi troppo aperti che espongono al fuoco da ogni direzione. Tante mappe rimpastano asset e stilemi del passato o persino dello stesso gioco (Caleidoscopio sembra la Parigi di Battlefield 3 e 4, Rinascita recupera gli scenari rocciosi e Deriva quelli ghiacciati di Star Wars Battlefront), ma almeno due o tre, in un lotto di sette, offrono scenari memorabili: la sensazione di scala epica per cui DICE è famosa è espressa qui alla massima potenza.

Battlefield 2042 arriva sul mercato con il suo buon numero di bug e crash che rompono le partite: uno ti identifica come giocatore avversario e ti segnala come tale ai compagni di squadra (senza “pallino” sulla testa); un altro, quando vieni mandato al tappeto, fa sì che tu non sia curabile e non possa arrenderti, costringendoti a restare mezz’ora a terra per non perdere i progressi. Allo stesso modo, sono presenti crash del matchmaking con errori generici che rispediscono alla home del gioco. Problemi di gioventù, chiaramente, per un titolo che non è ancora neppure uscito in via ufficiale (la versione testata finora è quella completa, ma il day one formale si terrà il 19 novembre per chi non ha pagato di più per le edizioni Gold o Ultimate).

Un aspetto che viene trattato con leggerezza è quello della lore, la mitologia narrativa che dovrebbe dare il là alla vicenda ludica. Le premesse ci sono pure – un mondo finito nella morsa dei cambiamenti climatici, in cui questi ultimi hanno fatto partire un’ondata migratoria fuori controllo – ma l’applicazione è molto pigra e nelle partite si finisce per assistere al solito, trito e ritrito confronto tra Stati Uniti e Russia introdotto da qualche riga in avvio di match e niente di più. Non che ci si aspettasse o sia necessario chissà che sforzo da questo punto di vista, ma altri prodotti solo-multiplayer fanno e hanno fatto di meglio (basti pensare ad Apex Legends della stessa EA).

Lato interfaccia, il sistema di cambio degli accessori delle armi è la trovata più ispirata, permettendo di adeguarsi al volo ai cambiamenti delle partite e delle zone in cui si decide di lanciarsi. Una situazione potrebbe richiedere un mirino a lunga gittata, ad esempio, mentre quella immediatamente successiva uno più leggero: il sistema a croce Plus permette di premere un pulsante e scrollare tra le diverse alternative equipaggiabili mentre ci si muove. I menu sono però un po’ confusionari e hanno dei passaggi di troppo. Per citare un caso, sbloccando un accessorio non ce lo si ritrova disponibile subito (nella sfida successiva allo sblocco) nel sistema Plus, ma bisogna passare per una voce apposita e abbastanza reperibile soltanto all’uscita dalla stanza. Tra le varie partite, inoltre, l’equipaggiamento torna sempre a quello predefinito, quindi è necessario rimontare l’arma ad ogni rischieramento.

Lo shooting, ovvero le dinamiche che regolano le sparatorie, è generalmente piuttosto soddisfacente ma l’ADS (quando si spara usando un mirino per zoomare l’inquadratura) è assai penalizzato, come successo di recente in Call of Duty Vanguard. Le prime armi delle varie categorie sono poco più funzionali di pistole ad acqua ed è frustrante fare così pochi danni pur essendo convinti di colpire gli avversari, e in un gioco dalle mappe tanto grandi (in cui è già difficile di per sé centrare l’obiettivo) vedere la precisione minata artificialmente può essere un problema. Facendo progressi e portandosi armi migliori a casa, a partire dal classico AK, la situazione migliora ma solo lievemente e in maniera di certo non definitiva, e forse lo sviluppatore vorrà intervenire con un aggiornamento per sistemare la cosa.

Sfondamento e le due grandi novità di Battlefield 2042 —

Se talvolta si può avere l’impressione che Conquista sia caotica, Sfondamento (la seconda playlist di All-Out Warfare) è una baraonda ancora di più. Questa modalità è sostanzialmente frontale, con zero tattica rispetto alle altre e uno sforzo fisico totale da parte di due eserciti che si danno battaglia per respingersi rispettivamente avanti o indietro nello scacchiere della mappa. Anche visivamente, lo scenario è messo completamente a soqquadro da esplosioni causate dai veicoli, dagli armamenti pesanti dispiegati per abbatterli e da quei giocatori che si predispongono per colpire sulle lunghe distanze, poiché con punti più fissi a confronto con Conquista la figura del cecchino, e se vogliamo del camperone, torna maggiormente utile. L’intento di rievocare il fronte di una guerra su larga scala è ampiamente riuscito e questo potrebbe bastare per piacervi, sebbene a pagarne le conseguenze siano la natura tattica del gioco in favore di un inevitabile in & out dalla partita. Il fatto che non sia la sola modalità disponibile in Battlefield 2042 è una fortuna, perché ammassare 128 utenti su due soli punti mette a serio rischio il delicatissimo equilibrio tra caos e leggibilità dell’azione che la serie ha costruito nel corso degli anni.

Effetti climatici estremi e Specialisti erano due elementi di novità che i giocatori aspettavano al varco, e il cui impatto sul gameplay andava misurato con attenzione. Il meteo variabile ed eventi come gli uragani sono belli a vedersi, suscitano quella genuina quanto pericolosa curiosità che ognuno avrebbe nel ritrovarseli di fronte, ma non li si è visti finora imprimere conseguenze sconvolgenti sulle mappe: la tempesta di sabbia fornisce una scarsa visibilità, con un danno concreto per chi gioca su distanze medie-lunghe, e i tornado mandano per qualche tempo le attrezzature come la minimappa KO, ma nel complesso basta dirigersi in altre zone per evitarli ed entrando in un vortice potreste essere delusi da ciò che vi accadrà. In questo senso, era legittimo aspettarsi di più per una funzionalità che invece resta (pur piacevolmente) sullo sfondo.

Un discorso simile vale per gli Specialisti, i personaggi che prendono il posto delle classi tipiche di Battlefield o, per meglio dire, le reinterpretano. Ci sono sempre assalto, geniere, scout e medico, sia chiaro, ma adesso sono disposte due-tre per personaggio, con diverse sfumature di significato tra di loro. Questi operatori non sembrano però avere un impatto importante sul gioco, perché alla fine tutti fanno tutto quando si parla di azioni davvero importanti. Il set base di azioni (come l’accesso indiscriminato alle armi, ai veicoli, e via discorrendo) è disponibile per tutti e il ritmo delle partite è spesso così veloce che i gadget trovano poco spazio per esprimersi. Per quanto sia apprezzabile che la loro introduzione non blocchi delle possibilità ludiche, ovvero non ti tolgano l’accesso ad un tipo di arma e simili, finiscono presto col sembrare un po’ superflui.

Il medico cura e fa più punti esperienza, ad esempio, ma la salute si autorigenera in fretta e tutti possono comunque “resuscitare” gli altri giocatori quando li vedono al tappeto. Altre aggiunte come lo scout con un drone per rilevare nemici o l’assalto (giusto uno di quest’ultima classe ha un più apprezzabile scudo portatile) sono di difficile applicazioni e faticano ad innestarsi nel numero di azioni che riuscirete a compiere per ogni partita, riducendosi così più ad una trovata estetica per smerciare skin che altro. Per giustificare un’integrazione del genere, probabilmente sarebbe stato il caso di osare di più (il caso di Overwatch farà sempre scuola, in questa direzione) e osare in fase di design delle fondamenta del gioco, anziché agire in superficie.

Hazard Zone e Portal —

Le altre due “esperienze” fornite da Battlefield 2042 sono Hazard Zone e Portal. Hazard Zone è un tipo di modalità definita PvPvE ispirata ad una hit del momento, Escape from Tarkov, dove bisogna affrontare allo stesso tempo l’intelligenza artificiale e giocatori in carne ed ossa. La collaborazione tra i membri della squadra è fondamentale, anche se in questo momento la chat vocale non è disponibile per qualche oscura ragione e si fatica più del dovuto. Il tipo di gameplay proposto è molto più tattico del gioco base, però, e si presta a tante strategie cooperative in attesa che si aprano i punti di estrazione presso i quali depositare pacchetti di dati raccolti ad ondate lungo le mappe: l’aspetto più interessante è che ribalta completamente il paradigma di All-Out Warfare, passando da un tipo d’azione del tutto offensiva a più difensiva, e non è facile adeguarcisi in un primo momento.

La progressione costituisce una piccola preoccupazione in questa fase: armi ed equipaggiamento si comprano ogni volta prima di iniziare un match, ma soltanto tra quelle sbloccate nel gioco principale. Questo sembra un modo per spingere a giocare All-Out Warfare prima e solo dopo Hazard Zone, perché non c’è progressione all’infuori di quanto già sbloccato (o di quanto non si sblocchi giocando la stessa modalità). La barra della progressione in sé è condivisa, ma si accumulano pochi punti rispetto ad un Conquista dopo partite neanche troppo brevi e i crediti interni alla modalità restano frequentemente inutilizzati perché non si hanno oggetti davvero utili su cui investirli. Se non altro, la presenza di bot aiuta a tenere alto l’umore e, soprattutto, ad accumulare kill utili per sbloccare gli accessori delle armi preferite. 

Di contro, Portal è una modalità-crea-modalità che omaggia il passato della serie. I giocatori possono creare un’esperienza personalizzata tramite il sito ufficiale usando mappe, armi e modalità da Battlefield 1942, Battlefield 3 e Battlefield Bad Company 2, o semplicemente limitarsi a giocare quelle create dagli altri o da Ripple Effect (lo studio di Los Angeles che ha curato l’esperienza). Per ora, da utenti, Portal sembra un rifugio dal caos del gioco principale, in cui godersi modalità più tranquille da 16, 24 o 32 giocatori sulla scia dei classici; un aspetto interessante è che, vuoi per le dimensioni delle mappe, vuoi per le classi e per le armi di un tempo, vengono simulati anche i diversi stili di gameplay e non soltanto l’estetica di quei giochi.

Se questo è particolarmente rinfrescante e aiuta a staccare dalla routine di 2042, va notato come la modalità sia già piena di “XP boost”, ovvero di server su cui sia agevolato l’accumulo di punti esperienza grazie al ricorso ai bot (più facili da eliminare rispetto ai giocatori umani). Il problema immediato è che spesso sono esche malevole, in cui ci si ritrova armati solo di un coltello o defibrillatori mentre altri sono armati di tutto punto e possono mandarvi al tappeto con zero sforzo (e ricche ricompense). Inoltre, per quanto pure qui la barra della progressione sia condivisa, si ottengono pochi punti poiché le partite sono estremamente più brevi e, guaio forse maggiore, non si “livellano” le armi del gioco base poiché si usano spesso soltanto quelle delle vecchie glorie.

Conclusioni —

Battlefield 2042 è un gioco enorme in tutti i sensi, riuscendo a fornire tre tipi di esperienze radicalmente diverse tra di loro su mappe che, per dimensioni e stratificazione, sarebbero in grado di competere contro quelle di interi battle royale. È un notevole risultato tecnico e ludico, sebbene alcune delle integrazioni su cui DICE aveva scommesso di più non hanno la grande efficacia che si sarebbe potuti aspettare. Che siate nuovi o veterani della serie, Battlefield 2042 è un Battlefield all’ennesima potenza: alcuni peccati di gioventù potrebbero venire risolti in corsa, ma non minano comunque la bontà di uno sparatutto in prima persona soddisfacente soprattutto se giocato in compagnia. 

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Battlefield 2042, recensione: l’anti-Call of Duty più grande che mai

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